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Borse ancora vittime dell’incertezza: Trump affonda il Nikkei

L’attesa per le politiche economiche del nuovo presidente della Casa Bianca continuano a spaventare i mercati. Un suo tweet ha affossato l’industria automobilistica giapponese, che ha portato il Nikkei a chiudere in flessione

 In questa prima settimana di scambi del 2017, gli occhi degli investitori sono puntati sugli Stati Uniti. Dopo i verbali della Fed che hanno segnalato le preoccupazioni dei mercati relative alle politiche di Donald Trump, oggi è la volta dei dati sul lavoro. L’incertezza si riflette sulle Borse europee: in una seduta con scambi ridotti, Milano cede lo 0,15%, mentre Parigi, Francoforte e Londra oscillano intorno alla parità. Debole anche Wall Street.

Ieri dal mercato del lavoro Usa sono arrivati segnali misti: le nuove richieste settimanali di sussidi di disoccupazione sono scese ai minimi di quasi 43 anni ma nel settore privato a dicembre sono stati creati meno posti del previsto. Oggi il Dipartimento ha divulgato i dati sull’occupazione nel settore privato cresciuta meno del previsto a dicembre, mentre il tasso di disoccupazione è salito anche se meno delle attese. Il mese scorso sono stati creati 156.000 posti di lavoro, mentre gli analisti se ne aspettavano 183.000 in più. Il tasso di disoccupazione è salito dal 4,6% al 4,7%.

Secondo Oretta j. Mester, presidente della Federal Reserve di Cleveland, il rapporto sull’occupazione americana del dicembre 2016 è “buono”: la piena occupazione è stata praticamente raggiunta. Parlando ai microfoni di Fox business, Mester ha detto che le aspettative per tre rialzi dei tassi nel 2017 sono “ragionevoli”; si tratta della stessa quantità indicata dalla Fed alla fine della sua riunione di dicembre, quando alzò il costo del denaro per la prima volta dal dicembre 2015 e per la seconda dal giugno 2006. Mester prevede una crescita dell’economia usa intorno o appena sopra il 2% annuo.

Resta invece l’incognita legata al neo presidente Usa. Le ultime mosse di Trump hanno affossato il listino Giapponese, il cui indice Nikkei ha chiuso oggi in calo dello 0,34%. Il mercato azionario si è infatti indirizzato al ribasso, guidato dai titoli delle aziende automobilistiche esportatrici. A pesare è stato soprattutto il titolo Toyota, che è arrivato a perdere fin oltre il 3% sulla scia di un tweet del neo-presidente Usa, secondo cui è da escludere che il gruppo giapponese possa esportare negli Stati Uniti senza alti dazi le auto Corolla che dovrebbero essere prodotte nel nuovo maxi-impianto messicano la cui entrata a regime è attesa per il 2019. Il ceo Akio Toyoda aveva dichiarato di non avere intenzione di rivedere i piani riguardanti il Messico, anche per le responsabilità nei confronti dell’occupazione e della società locale. Anche Honda non ha dato segnali di voler ripensare la sua presenza in Messico, mentre la Ford lunedì ha annunciato la cancellazione dei progetti di espansione sotto il Rio grande e la Gm si trova sotto pressione.

In Europa, invece, si scommette su una possibile riduzione del piano di acquisti di titoli da parte della Bce. Si chiude leggermente lo spread tra Btp e Bund a 167,5 punti, contro i 169 di ieri sera e dopo aver toccato i 170 punti, il massimo dell’ultimo mese. Il rendimento del decennale italiano si attesta comunque all’1,925%. So è comunque registrato un balzo dell’indice di fiducia dell’Eurozona a dicembre, che supera ampiamente le attese e si porta ai massimi dal marzo 2011. L’indicatore di consumatori e imprese sale a 107,8 dai 106,6 di novembre, contro le attese di un timido rialzo a 106,8. In Germania calano le vendite al dettaglio (-1,8%) e gli ordini di fabbrica (-2,5%) di novembre, ma i dati sono in miglioramento rispettivamente del 3,2% e del 3% su base annua. Per il mese in questione gli analisti si aspettavano un calo dello 0,9% per le vendite e del 2,4% degli ordini.

Sul fronte delle materie prime il petrolio tratta sotto i 54 dollari al barile, dopo l’impennata di inizio anno legata al taglio della produzione dei Paesi Opec. A far ritracciare il greggio è stata la decisione della Libia di voler aumentare l’esportazione di petrolio. In calo anche l’oro che tratta a 1174 dollari l’oncia. L’unica materia prima in rialzo è l’alluminio.

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