I perché della frenata di Padoan sull’Irpef

I tagli di tasse sono un “pilastro” dell’azione di governo, ma per il titolare delle Finanze “non bisogna affrettare i tempi”. Almeno fino a quando non arriverà il giudizio di Bruxelles, che ci tiene ancora sotto esame

ROMA – Il colpo di freno di Pier Carlo Padoan è esplicito. “Non bisogna affrettare i tempi” e “rispettare le compatibilità economiche” sono le due espressioni chiave del ministro dell’Economia pronunciate nelle scorse ore a Radio Anch’io. Certamente, come si spiegherà, il ministro ha ribadito che i tagli restano un “pilastro” dell’azione di governo. Ma i problemi in ballo sul piano del taglio delle tasse sono proprio quelli che riguardano le risorse e la tempistica e non la volontà di agire. Nell’ormai celebre discorso dell’Expo del luglio dello scorso anno Renzi annunciò un piano colossale di taglio delle tasse che avrebbe portato l’ammontare della riduzione, a fine legislatura, a ridurre il peso di circa 50 miliardi. Non si può dimenticare che due passaggi sono stati fatti: il bonus di 80 euro dal 2014-15, la Tasi sulla prima casa da quest’anno, dal 2017 – già previsto dalla scorsa legge di Stabilità – un taglio dell’Ires e, infine, nel 2018 il taglio alle aliquote Irpef.

Il punto riguarda proprio gli ultimi due passaggi. Stando a quanto si è deciso e stanziato il taglio dell’Ires dovrebbe scattare dal 1° gennaio del 2017 e costare circa 3 miliardi. Renzi tuttavia ha fatto capire di essere disponibile ad una inversione del ruolino di marcia: prima l’Irpef e poi l’Ires. In una intervista al Quotidiano nazionale del mese scorso ha detto chiaramente che il governo “pensava” di intervenire il prossimo anno con l’Ires e il successivo con l’Irpef ma, ha aggiunto, che “tutti, anche gli imprenditori, mi dicono che è urgente mettere più soldi nelle mani delle famiglie”.

L’altro giorno è tornato alla carica evocando, via Twitter, riduzioni dell’entità e del numero delle aliquote Irpef dando l’idea che il problema rappresenti una priorità fin dalla prossima legge di Stabilità. La questione, cui probabilmente si allude quando si parla di compatibilità finanziarie, si pone nei seguenti termini: la limatura delle due aliquote centrali dell’Irpef costerebbe circa 3 miliardi e dunque potrebbe essere intercambiabile con l’operazione Ires. In caso contrario si potrebbe mantenere il taglio alle imprese e recuperare lasciando correre un po’ le aliquote dell’Iva invece che disinnescare completamente la clausola di salvaguardia. La terza ipotesi – la più ardita – è

di andare in deficit e farlo salire dall’1,9 (previsto dalla Commissione europea pochi giorni fa) al 2,1 per cento. Visto che siamo, almeno fino al 18 maggio, ancora sotto esame, questa sarebbe la strada più pericolosa. Dunque, con un occhio a Bruxelles, il Tesoro richiama alla prudenza.

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