“Con l’ultima riforma previdenziale 36mila posti persi dai più giovani”

Uno studio di Boeri per l’Inps rivela che c’è un under trenta occupato in meno per ogni cinquantacinquenne che rimane al lavoro 5 anni in più

È vero che la legge Monti-Fornero, pur avendo salvato i conti italiani, ha sottratto occasioni ai più giovani? È vero che chiedere ai padri vicini alla pensione di restare al lavoro più a lungo significa impedire ai loro figli di entrare in azienda? Negli ultimi quattro anni gli esperti non hanno discusso d’altro: la questione è cruciale perché misura l’utilità di una riforma che renda il sistema più flessibile. La ragione per cui Tito Boeri batte quel tasto con qualche imbarazzo del governo è in un lungo lavoro di ricerca svolto con il collega Pietro Garibaldi e che La Stampa è in grado di anticipare in esclusiva. Lo studio prende in considerazione circa ottantamila imprese sopra i 15 dipendenti attive fra il 2008 e il 2014 e analizza quanti lavoratori sono rimasti bloccati dalla riforma, settore per settore. Se la Monti-Fornero ha allungato la vita lavorativa a novantamila lavoratori più anziani, ha bruciato le opportunità di 36.745 giovani, il 22 per cento di tutti i posti persi fra il 2011 e il 2014. Il dato assoluto non è esaustivo, perché qui mancano le piccole aziende e il settore pubblico. Ma ipotizziamo di prendere un campione di una o più persone che messe insieme fanno cinque anni di lavoro in più per un over 55: ciascuno di essi vale un posto di lavoro in meno per un under trenta.  

 

La ricerca è stata presentata di recente in due seminari, uno interno all’Inps, l’altro all’Università SciencesPo di Parigi, ma presto verrà pubblicata sul sito dell’Istituto di previdenza. Poco importa qui stabilire se le aziende impiegano soprattutto laureati o persone specializzate, se sono ad alta intensità di lavoro o di capitale: lo studio considera le une e le altre. Secondo Garibaldi la forza empirica del lavoro è nella velocità con cui la legge Fornero è entrata in vigore: «Se avessimo applicato il modello sulle riforme precedenti, i cui tempi di attuazione furono molto più lunghi, i risultati non sarebbero stati così evidenti». 

Dalle parole pronunciate da Padoan nell’ultima audizione parlamentare si intuisce che il ministro è d’accordo sulle conclusioni di Boeri e Garibaldi. Altro è fare i conti con i costi di una nuova riforma per i contribuenti. L’ipotesi discussa l’anno scorso a Palazzo Chigi valeva 4,5 miliardi solo il primo anno, e in ogni caso prevedeva una penalizzazione della pensione del 3,5 per cento per ogni anno di uscita in anticipo. Dice Garibaldi: «Questo è un tema diverso. È vero, tutte le proiezioni dicono che i costi nel breve periodo aumenterebbero, non il debito previdenziale totale. Il problema in questo caso è nella miopia dell’Europa: con la logica degli zero virgola non si va molto lontano».  

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