Camera dei deputati, tutti i privilegi dei dipendenti

Vanno in pensione prima, dopo vent’anni di lavoro la retribuzione può triplicare o quasi. Il licenziamento è una parola bandita e l’assenza per malattia può durare fino a tre anni..

ROMA – Che lavorare alla Camera dei deputati fosse un privilegio, gli italiani lo hanno sempre pensato. Ma più di tanto non se ne occupavano, se non per un po’ di sana invidia. Ora però, complice la crisi che rende per tutti le cose più difficili, dall’età della pensione, alla licenziabilità per chi viene assunto senza più articolo 18, il confronto fa venire l’amaro in bocca. E molta rabbia. Quanti privilegi contrattuali ha in più chi tutti i giorni timbra il cartellino alla Camera dei deputati? Tanti, forse troppi. A cominciare dalla retribuzione che può arrivare fino a 240 mila euro l’anno. E non parliamo di manager. E che dire del periodo di malattia garantito dal contratto? Il posto di lavoro viene conservato per un periodo che arriva fino a tre anni, contro i sei mesi di chi, per sua sfortuna, lavora come dipendente nel settore privato.

Tolleranza eccessiva anche sulle assenze non giustificate dal posto di lavoro che può arrivare fino a 30 giorni in un anno, contro i 3-5 giorni di chi fatica per una qualunque azienda fuori dall’ala protettiva del pubblico. Di licenziamento poi nemmeno a parlarne, se non in rarissime situazioni. D’altra parte a differenza di qualsiasi azienda privata la Camera dei deputati è ben difficile che possa fallire. Ma il bello arriva al capitolo pensione. I colletti bianchi della Camera ma anche la “tute” blu, possono andarci a 65 anni contro i 67 per gli uomini e i 66 per le donne dell’altra Italia, come previsto dalla riforma Fornero per il settore privato. Forse che essere impiegati alla Camera rientri tra i lavori usuranti?
 
“Tutti i lavoratori sono uguali ma alcuni lo sono più di altri. Parafrasando la celebre frase della “Fattoria degli Animali” di George Orwell  – spiega l’avvocato e giuslavorista Francesco Rotondi, Founding partner di LabLaw – si può ben sintetizzare lo stato di ingiustificata diseguaglianza in cui vige il nostro mondo del lavoro. Tra le categorie di lavoratori del settore pubblico che godono di ingiustificati e notevoli trattamenti di favore ci sono anche i dipendenti della Camera dei Deputati, oltre 1.000 lavoratori che godono di diritti e privilegi sconosciuti al dipendente del settore privato”. Ecco un po’ più nei dettagli le differenze di contratto di una categoria che definire privilegiata è il minimo.

Il trattamento economico. La retribuzione di un dipendente della Camera può raggiungere un importo fino a 240 mila euro, mentre quella garantito al dipendente privato più qualificato può anche limitarsi a soli 30 mila euro circa. I minimi retributivi previsti nella disciplina che regola il lavoro dei dipendenti della Camera sono di molto superiori, più o meno il doppio. Tant’é che un dipendente con “qualifica” di “operatore tecnico” guadagna 30mila euro l’anno. Si arriva invece a 65mila per la “qualifica” di “consigliere parlamentare”. Nel settore privato, secondo quanto previsto dal Contratto nazionale di lavoro, i minimi retributivi previsti per le stesse categorie, non superano i 16-17mila euro. “Nulla giustifica – secondo Francesco Rotondi – fino a prova contraria questa marcata differenzazione”.
 
Grandi disparità anche sugli incrementi retributivi legati agli scatti di anzianità. Un esempio: un “assistente parlamentare” percepisce una retribuzione all’ingresso di circa 35.000 euro che, dopo poco più di vent’anni di lavoro, diventa di quasi 100mila euro, dunque euro più euro meno, viene triplica. Nel settore privato gli incrementi sono molto diversi. Il settore del Commercio prevede 10 scatti triennali di circa 20euro ciascuno e nel settore industriale ci sono 5 scatti biennali di misura compresa tra i 20 e i 40 euro.

La malattia. Il periodo complessivo di tolleranza (ossia di conservazione del posto di lavoro) nei confronti dei dipendenti delle Camera assenti per malattia può raggiungere i 36 mesi, mentre il lavoratore del settore privato ha diritto a un periodo generalmente non superiore ai 6 mesi. Inoltre, nel caso di sopravvenuta inidoneità fisica alla mansione assegnata, la disciplina di risoluzione del rapporto di lavoro per il dipendente della Camera non prevede mai

 

il licenziamento, perché anche se i suoi servigi non servono più viene ricollocato. Come è accaduto ai barbieri della Camera, spariti  come mansione, ma ricollocati e in pratica promossi, ad assistenti parlamentari. La parola licenziamento è bandita dall’Aula.

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